CONVIDEO/POESIA
Il mio bisogno, in questo momento, qui a Dipignano, mentre fuori piove, e'
uscire, in qualche modo, da questo 1 gennaio 1994, che vuol dire riconquistare, o conquistare per la prima volta (ma voglio scongiurare, almeno per il
momento - ma cos'e' scrivere se non affidarsi alla fatiscenza dei momenti e
quindi sfidare l'inconsistenza del se'? - questa pretesa di originalita'),
una qualche visione del mondo e, di conseguenza, l'urgenza dei miei bisogni di
starci dentro e, in relazione, muovermi, affrancarmi, usarmi, se alla fine e'
possibile. Questo per me e' scrivere: veicolare il mio corpo e, in desiderio,
farlo urtare contro la fame dei suoi stessi bisogni.
Circa la distanza, poi, volendola subito affrontare di petto, come usa dirsi,
richiamo "L'infinito intrattenimento" di Blanchot, a lemma di queste mie considerazioni improvvisate e di prima intenzione, col rischio e l'ebbrezza di
cio', e le "Le icone della legge" di Massimo Cacciari (per indicare, grosso
modo, la materia, all'incirca, che mi ribolle in testa, e che cerchero' di
elaborare, disorganizzare, incasinare, cosi' che ci sara' dentro, spero, il
trauma di essermi intrattenuto, di avere spiato nel mio botro, per riempirlo
e spalmarmelo mio specchio).
La scrittura non e', poi, che questa responsabilita' di muoversi col proprio
corpo, che tradendoti, quando pure ti ha imposto le sue inscongiurabili esigenze, lascia delle allumacature visibili anche all'esterno, sconciamente. Ma
finisco quanto volevo dire circa il riferimento a Blanchot e Cacciari
(quest'ultimo, specialmente, per quanto attiene alla sua esegesi su Kafka, ri-
tenuta, dai piu', molto nuova e originale - e magari anche nel rischio, per
dirla con Kundera, di inquinare Kafka ancora di piu'): i due libri che ho citato li ho letti molto tempo fa; poi anche variamente riletti, ma non di recente per poterli commentare precisamente o attingerci con cognizione di causa da binari portanti, diciamo, di questo mio intervento. Vorrebbero essere,
piuttosto (sempre i due libri), il climax, insieme stimolante e inibente, da
cui deragliare in liberta', in immaginazione, in pregnanza di me visionario.
Non alludo in nessun modo al "neutro" di Blanchot ( voglio dire che non attingo per assicurarmi etichette e gratificarmi). E' piuttosto all'inverso. La
scrittura nasce dal fatto e per il fatto che la mia voce, al mio interno, come rimbombo di me, mia lacerazione, con la mia origine, non e' continua. Non
e' niente proprio se non una belva accucciata, serrata nel suo istinto di morte, che cova il balzo e l'aggressione.
Ma cos'e', a questo punto e rispettivamente, il balzo e l'aggressione?
C'e' solo la belva allora, e forse nemmeno questa, non cosalizzatasi belva,
almeno, i suoi occhi muti, vitrei, silenziosi, gelosi e felini di tale silenzio, che mi deride del suo emblema serrato e muto, il suo scrigno originario,
dal quale sono caduto, certamente perche' cose piu' importanti pressavano e
allora mi hanno sbalzato fuori, senza che la mia volonta', in tutto questo,
contasse un'acca: (io, dunque, sono caduto da tale ipostatizzato scrigno e vivo, pero', illudendomi di esserci rimasto dentro, che e' l'unica fantasia mor-
tuaria, se mi trapassa e annulla in un passato del quale non so assolutamente niente, che mi consente di vivere: tale fantasia, come una banalissima candela).
Come e' importante la candela: il volo degli amanti, per offrire solo una breve e banale immagine, vi si brucia le ali e vi si spegne, alla fine, come una
farfalla sacrificata al dovere della collezione, la trafittura inscongiurabile
del relativo spillo.
E' cio' che devo continuamente mantenere acceso. Da qui l'ansia di sfrigolarmi, strofinarmi con le parole, quindi scrivere.
All'origine, teste Manganelli, gli scrittori erano i ricercatori delle erbe
aromatiche con cui insaporare i cibi per l'intera tribu'. Citazione banale,
probabilmemte mia pausa, mia insicurezza, mio bisogno di ostentare un'arma
qualunque sia, nella fattispecie Manganelli. Ma poteva essere qualunque altro,
per dire che sono in grado di uccidere la realta'. Perche' il problema e'
tutto questo: sostituire agli oggetti edenici di cui sono stato deprivato le
malfidate parole. Anche qui. E adesso pero' io copio in questo caso da
Beckett. Non importa: citavo Blanchot per dire con lui che Dio e' lontano per
sempre, nella religiosita' degli ebrei. Intanto, ho disseminato questo testo,
contestualizzandomi, di un sacco di frasi apodittiche. E' la mia voglia di finire e non poter finire (e qua mi serve Cacciari) il mio viaggio, la mia
scrittura, e' un viaggio all'interno di me, nel mio deserto, giacche' io sono
incapace di risposte, sapendo che non avro' mai una meta e che questa sconfit-
ta, scontata, non mi prostera', ma accendera' il mio lamento all'infinito (io,
intanto, fingero' di andare e tornare, ma e' chiaro che non mi muovo di un
passo). La mia voce in me si spegne, morsa dal fading della sua lontananza inattingibile, che sono io chiuso nella logica di profitto della grammatica e
di tutte le leggi che sostengono e alimentano il senso della realta' e il
principio di non contraddizione ad essa connesso. Io sono il guardiano di me
stesso, ancora Cacciari, che mi sta davanti, l'ingenuo contadino o chi altri,
e a cui impedisco il passaggio, davanti al portone della legge. Sono io stesso, non sono qui per caso, sono qui esclusivamente per me stesso. La porta
non e' custodita da nessuno, la porta e' aperta e non c'e' nessuno.
Piuttosto questo e' il mio rapporto con me stesso che la scrittura inchioda
come un marchio ineludibile. Io scrivo perche' il mio tempo si compia. Il tem-
po dell'attesa che non si compie mai se non nella mia comica funzione e fin-
zione di avere qualcosa da dire e di travestirmi di tale menzogna uscendo all'esterno di me. Questa e' la vera truffa, lo scandalo, io mai tanto dentro,
scandalosamente a caricarmi del mio sbalzo esistenziale, io mi fingo, agghindo, ostento, fuori, e guardo gli oggetti quale altra cosa da me, su cui, quin-
di, poter estendere la mia signoria. No, la scrittura e' sempre invenzione,
non si stacca da me nemmeno di una briciola, e' la mia ferita putrescente che
vuol darsi conto della sua malattia strutturandosi, significandosi, quando e
mentre la malattia stessa si e' imbucata nell'organismo vocale della salute,
dove si nasce e si muore continuamente senza che apparentemente succeda niente.
La ferita, perversamente, ha creduto davvero nella malattia, si e' sprecata
per lasciarle il posto. Ma la malattia si e' ritirata, e' una puttana, espertissima di giochi mondani, delle ritualita' fiacche e inerti dei salotti.
La ferita e' il segno che impazzisce perche' si spreca a rappresentarsi cre-
dendo nella propria esistenza.
Adesso io risento la pioggia, qui a Dipignano, giorno 1 gennaio 1994. Il mondo va per conto suo ed io gli celebro questo mio comico e scempio funerale,
scrivendo, abituandomi alla lentezza del mio respiro, scrivendo, che mi dice
che il mondo e' una mina che fara' esplodere tutto quando sara' arrivato ad
urtare. Ma intanto c'e' tempo. Un po' di disperato e buffo tempo sul passo
sciancato della scrittura traballante. Funambolo fuori esercizio. Pure cos-
tretto all'esibizione per salvaguardare il suo silenzio prezioso che il mondo
irride. La platea purulenta di applausi. Io sono geloso e goloso del mio silenzio. E mi esibisco per difendermi dagli altri. La belva viene sparata dal
cacciatore, ma il suo sbalzo e' irrinunciabile nella logica illogica e
contraddittoria della sua energia vuota. La porta della legge e' aperta. Io
debbo entrare in questo niente. Non c'e' nessuna costruzione che non assomigli gia' alla mia tana. Piena dei miei lamenti, degli umori del corpo che
grondano la loro gratuita'.
Antonio Barbieri
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